Tullio Colsalvatico

La Vita

Tullio Pascucci, tale è il nome anagrafico di Colsalvatico, nacque a Colvenale, una collina alpestre ai confini tra Camporotondo e Tolentino (Mc), in territorio di Camporotondo di Fiastrone, il 21 agosto 1901, da Angelo Pascucci e Aurelia Pascucci di Paterno di Tolentino.
La famiglia, possidenti di campagna, ritenne di provvedere all’istruzione del figlio facendogli frequentare le scuole elementari del comune.
Quando ormai giovinetto sentiva tutto il trasporto per il mondo della cultura intravista dai libri di un suo zio frate raccolti nella sua casa, il padre, uomo pratico, non fece altro che avviarlo agli studi di agraria, presso il collegio annesso alla Regia Scuola Agraria di Fabriano, con l’intento di fargli condurre in seguito l’azienda agricola della famiglia.
Nel 1970 Mario Angelo Comneno riportò in suo articolo il ricordo di Colsalvatico: “Nato in mezzo ai campi, abituato a cavalcare, prima ancora di aver appreso a camminare, bimbetto che aspirava dalle nari con voluttuoso piacere il vento battente della campagna, trovatosi chiuso all’improvviso tra le quattro mura di un collegio, cerca e trova la sua libertà scrivendo lettere, un fiume di lettere: al padre, alla madre, alla sorella Utilia. Dalle lettere scritte alla sorella, Tullio passa a scrivere a tutte le amiche di lei…”.
Tornato a Colvenale, lesse ogni libro che gli veniva tra le mani; li acquistò o li ottenne in prestito.
Nel 1919, a diciotto anni, pubblicò presso la Tipografia Filelfo di Tolentino, con lo pseudonimo di Baronetto Sofia, la prima raccolta di prose e poesie alla quale negli anni successivi ne seguirono altre.
All’attività letteraria faceva seguire una attività intensa per l’elevazione culturale dei contadini: fondò ed istituì una “Fondazione Pio XI”, con lo scopo di “elevare la coltura religiosa – sviluppare l’agricoltura” e per l’apertura di biblioteche (se ne contarono quattordici).
Intorno al 1922 affiancò Umberto Tupini nella propaganda per il Partito Popolare.
A causa della repressione imposta dal fascismo, Tullio Colsalvatico lasciò le Marche per Roma, dove fu lungamente ospite dello stesso Tupini ed ebbe modo così di inserirsi negli ambienti culturali della capitale. Incontrò il filosofo e critico Adriano Tilgher; dopo una visita a casa sua perse alcuni fogli che Tilgher trovò e lesse. Si trattava della novella “La caffettiera”, di cui il critico fu entusiasta  tanto da farla pubblicare sul quotidiano “Il Popolo di Roma”.
Colsalvatico ne ebbe notizia perché un amico gli riferì il giudizio positivo del popolare narratore Lucio D’Ambra. Dello scrittore, Accademico d’Italia, Colsalvatico divenne anche segretario. Un incontro decisivo per una nuova impronta a tutta la sua produzione letteraria.
Nel salotto di Lucio D’Ambra, in Via Luisa di Savoia, nel corso degli anni ’30, incontrò uomini di chiara fama provenienti da tutta Europa, che ne fecero uno scrittore e poeta di livello nazionale, senza comunque rinunciare alla tradizione culturale della sua terra. Lucio D’Ambra fu un estimatore che molto incoraggiò Colsalvatico aiutandolo anche nella pubblicazione su riviste e giornali di sue novelle, fino alla loro raccolta con il titolo “Rapsodia prima”, edita da Sperling-Kupfer nel 1937.
Frequenti i ritorni a Tolentino e numerose le iniziative promosse: nel ’28 dà vita alla rivista mensile “Terra Nostra”, di breve durata per mancanza di collaboratori stabili; nel 1932, in collaborazione con l’On. Alceo Speranza, a Macerata, dà inizio ad una collana da lui stesso diretta, “I Piceni”.
Le possibilità economiche, basate sulla rendita dei suoi terreni, sono buone. Si rende compartecipe di una attività commerciale per la vendita di lubrificanti e, per far fede alla sua firma è costretto con il consenso del padre, a vendere le sue proprietà. Intanto la collaborazione ai giornali e alle riviste gli consentiva di vivere con tranquillità e, quando si trovava libero dagli impegni derivategli dal giornalismo, partiva da Roma per rifugiarsi presso la sorella, a Crispiero (vicino Camerino).
Il rapporto con uomini illustri ampliava continuamente l’orizzonte della sua vita. Ad Assisi conobbe il grande poeta danese Johannes Joergensen e ne frequentò la casa. Il suo saluto per lui era: “Addio fra’ Tullio da Tolentino. A  rivederci a domani”. Il 30 ottobre 1939, dopo tanti anni di rapporti fatti di stima e di interessi letterari, sposò l’insegnante Cersinda Francioni, di alcuni anni maggiore di età, ma di spirito aperto, buona, generosa, intelligente. Sarà la creatura dolcissima, rimasta sempre nell’ombra ad aiutarlo e a collaborare con lui in ogni suo lavoro.
Mario Angelo Comneno narra come nel 1949 capitò in mano della signora “il bando di un concorso indetto dalla rivista Pagine Nuove. Di nascosto spedì un racconto. Ma la commissione, composta da personalità quali Giulio Cesare Viola, Nicola Porzio, Aldo Papasso, Niccolò Sigillino, escluse il lavoro perché troppo lungo.
Dopo aver letto circa 350 lavori, uno dei commissari volle, per scrupolo ed onestà procedere alla lettura anche di quello. Il lungo racconto o breve romanzo, dal titolo “Marito a chi lo trova” vinse la gara e ricevette il premio “Ruosi”. I critici, all’unanimità. lo definirono “un gioiello della novellistica italiana”.
Da ragazzo la sua passione era per le esplorazioni geografiche e aveva tentato di organizzare due spedizioni nel Marocco e nel Tibet, ma a questo si oppose decisamente la famiglia.
Come pure, secondo quando raccontò in un’intervista del 1972, si propose a Umberto Nobile come membro della spedizione al Polo Nord con il dirigibile “Italia”, ma l’equipaggio era già al completo.
Così come lo scoppio della seconda guerra mondiale impedì l’attuazione di spedizioni scientifiche al Polo Nord ed in Australia.
La sua partecipazione alla lotta partigiana, nelle forme consone al suo carattere, derivava anche dall’aver subito la minaccia del confino da parte del partito fascista per aver espresso in un salotto della capitale critiche al duce e solo l’intervento di Galeazzo Ciano e Margherita Sarfatti riuscì a scagionarlo. Si prodigò sull’Appennino Umbro-Marchigiano in favore di sbandati, profughi, partigiani e combattenti degli opposti schieramenti, dai quali viene soprannominato “Pizzetto”.
L’aver vissuto in montagna gli aveva dato modo di prendere conoscenza delle antichità legate alle tradizioni della sua regione. Dopo la liberazione effettuerà degli scavi nell’antro della Sibilla sulla corona del monte della maga famosa e riuscirà ad individuare alcune grotte un tempo abitate da monaci eremiti negli aspri dirupi della gola del Fiastra. Questa passione per l’archeologia lo porterà a scoprire altri siti interessanti e ad affiancarsi al re Gustavo di Svezia nelle sue escursioni di scavo in varie località storiche d’Italia.
Per lo stesso amore per le Marche fondò organismi culturali di vasta risonanza come l’Istituto Internazionale di Studi Piceni – insieme a Roberto Massi, Padre Stefano Troiani e Albertino Castellucci nel 1955, a Sassoferrato; Centro ancora attivo, con una forte impronta internazionale; parimenti interessanti il Sodalizio dell’Ulivo e l’Istituto per la Storia dei Papi; nonché associazioni letterarie come il Circolo delle Sibille e la Compagnia della Rosa.
Si può anche dire che fu precursore dell’istituzione del Parco Nazionale Umbro-Marchigiano nella zona dei Monti Sibillini (realizzato molti anni dopo) con la proposta di parchi in ogni regione d’Italia, con una iniziativa perseguita negli anni 1956, 1961 e 1967.
La conoscenza che aveva delle Marche, delle sue bellezze, dei suoi monumenti era veramente eccezionale.
L’attaccamento alla sua terra fu tale che spesso rifiutò conferenze in varie parti del mondo, a meno che non gli venisse chiesto di parlare delle Marche; in questo caso non aveva neppure bisogno di preparare la conferenza, tanta era la sicurezza sull’argomento.
La sua casa di Tolentino fu luogo di incontro con uomini famosi, come Joergensen, Tilgher, Giuseppe Speranza, Paolo Arcari, Marino Moretti, Giuseppe Lupparini, Ezra Pound, Virgilio Brocchi, don Antonio Cojazzi e tanti altri.  Collaborò a riviste nazionali ed estere e tenne applaudite conferenze in varie città d’Italia, in Spagna, Portogallo, Francia Danimarca, Finlandia, Svezia.
Il 25 luglio 1979 si spense serenamente come era vissuta, la moglie. Fu per Colsalvatico la fine: l’anno dopo, il 21 settembre 1980, egli si spense nel desiderio di raggiungere la sua Cersinda.

 

biografia curata da Edmondo Casadidio

Nota aggiuntiva: Nel 2006 Da Israele, inaspettatamente, arriva la testimonianza dell’intervento di Tullio Colsalvatico che aiutò a salvarsi dal rastrellamento un gruppo di circa 40 ebrei, tra cui 12 bambini, rifugiatosi da Roma nella montagna meceratese.
È una dei protagonisti, Fiorella Calò Di Tivoli, allora bambina di sette anni, che racconta con estrema chiarezza, quanto accadde nell’ottobre del 1943 a Fiastra.
Da quel gruppo derivano  circa 350 ebrei: tra essi, Angelica Calò Livné, la figlia di Fiorella, che in Israele vive una grande esperienza educativa di pace, unendo ragazzi ebrei, arabi, mussulmani e cristiani.
Lo Vad Yashem di Gerusalemme, dopo le dovute conferme di testimonianze e documentazione, nel giugno 2009 ha
riconosciuto Tullio Colsalvatico “Giusto fra le Nazioni”, iscrivendo il suo nome nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme.  (La vicenda è raccontata nel libro “Pizzetto” edito dal Circolo Culturale Tullio Colsalvatico).

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