Auguri! con un racconto di Colsalvatico: “Il cenone della vigilia”

Un modo anche questo di augurarci Buon Natale.  Un racconto di Colsalvatico semplice e significativo che aiuta a penetrare la tradizione del nostro popolo, magari suscitando qualche nostalgia nei più vecchi. Un’occasione anche per ri-scoprire la narrativa di Tullio Colsalvatico, poeta e scrittore, attento e protagonista di molti aspetti del vivere civile e sociale (come ha ricordato anche Enzo Calcaterra nella sua recente pagina su Press-News), Giusto fra le Nazioni, iscritto nello Vad Yashem di Gerusalemme. Sicuramente una delle figure più significative della storia tolentinate.NativitàGesùGiottoAGF

IL CENONE DELLA VIGILIA 
(riedito nel 2004 dal nostro Circolo nella pubblicazione “La caffettiera”)

Il Natale sta giungendo con le sterze, che scendono dai monti cariche di legna, cogli autotreni, che salgono dai porti traboccanti di arance e di anguille; è già nella voce dei bimbi, sui volti della gente e delle case, nelle vetrine, nelle cartoline illustrate, negli orti della valle del Chienti, che spandono odore di finocchi e di sedani, è nell’aria. I Sibillini sono bianchi e si aspetta che la neve arrivi anche qui, da un momento all’altro, come ha fatto sapere il lunario di Barbanera.

A Tolentino, il Natale è già entrato in Via San Ni­cola, rimasta con l’odore di merluzzo come ai tempi in cui i negozianti di ora erano ragazzi; ogni porta è un negozio e, tra una portata e l’altra, la merce invade i muri, si stende sulla strada, tra i piedi dei passanti, sicché tutta la via sembra un negozio. La gente guarda, tocca, la merce, girandosi intorno a cercare con chi -deve contrattare, poiché è messa là come se fosse roba di nes­suno.

Da Via San Nicola, l’aria natalizia investe Via Val­porro. Lungo i muri sono appoggiati vomeri, zappe «temprate», tavole, mobili; la sega dei falegnami, il martello dei fabbri diffondono, da un capo all’altro, un suono che l’abitudine ha reso inoffensivo e permette di distinguere benissimo il canto dei canarini, nelle gabbie appese alla porta del calzolaio. Una gazza, dalla coda tagliata, saltella tra i piedi dei passanti.

Le donne siedono a conversare fuori della porta di casa e delle piccole botteghe, lavorando la maglia; hanno il grembiule di rigatino, a tasche grandi come le maniche dei confessori di San Nicola. Nei negozietti si vendono go­mitoli, matassine da ricamo, bottoni, aghi e passamani e «mischietti»: un insieme di confettucci dall’anima di can­nella, mentine e liquirizia, sogno dei bambini.

Via Valporro è una via familiare; si va come per casa, si guarda con curiosità quelli del Corso Garibaldi come se fossero dei forestieri; quando si deve arrivare in piazza ci si saluta come se si andasse fuori di città.

La moglie di Veleno e di Calzediferro – le donne più ardite – arrivano, sferruzzando, sino ­al Largo Strambi; restano un poco a guardare la gente e tornano indietro a raccontare ciò che hanno visto.

In questa via si parla da una finestra all’altra, si ride e si piange in presenza di tutti, si risponde a bocca piena a chi bussa, sì mostra ciò che si sta cuocendo e si fa assaggiare alla vicina.

Per il cenone della Vigilia sono in movimento anche gli uomini; le donne si affacciano a chiamarli; essi chiu­dono la bottega e salgono in casa. Ne escono con una bottiglia e la sporta, accompagnano le donne nelle spese, si caricano, pazienti, di pacchetti e d’involti, si fanno frugare nelle tasche per cercarvi gli spiccioli, vanno negli  orti per il prezzemolo, pestano il sale, macinano il pepe e il caffè, puliscono lo spiedo per l’anguilla; e anche i figli possono comandarli: «Babbo, vai a prendere il lauro dal Conte». Egli lascia la sua faccenda, si cambia la giacca ed esce. Sulla via incontra altri babbi e, allegri come ragazzini si mostrano involti e bottiglie. Sono con­tenti di obbedire, vanno e tornano in un baleno, si ten­gono sempre pronti e chiedono continuamente se c’è altro da fare; tolgono le faccende dalle mani delle donne; lucidano, assestano anche se nessuno l’ha comandati.

In casa di Eugenio è lui che prende l’iniziativa. Tira giù le pentole che splendono sulle pareti: questa sera s’adoprano quelle che mai sono usate durante l’anno. Negli altri giorni, se la moglie chiede che cosa deve amman­nire, risponde: «Quel che ti costa meno fatica»; ma la Vigilia di Natale, come per la Pasqua, è in movi­mento sin dal primo mattino. Egli è un uomo per il quale tutto è meraviglioso e confortante; ha sempre una buona notizia da dare e fa suoi i dolori degli altri. Fa lo spazzino; quando qualcuno passa ferma la scopa, in­dica il sole che si sta elevando: «Bello, eh?». Se il pas­sante non capisce e continua la sua strada, Eugenio guarda di nuovo il sole, ripara l’offesa sorridendogli a faccia piena. A volte si mette in ginocchio a guardare un filo d’erba spuntato tra due pietre dell’inselciato: è te­nero e trema; con un soffio lo libera dalla polvere e riprende a spazzare cercando di non offenderlo. A lui non piace la strada asfaltata, che «non lascia respirare la terra»; preferisce le vie secondarie, in cui le pietre sono consumate come tanti volti ed è fatica trarne fuori la polvere. Se gli chiedono che cosa fa, «pulisco la città» – risponde – «e vorrei fare lo spazzino anche in paradiso».

A poco a poco l’aria si fa deserta, le finestre lumi­nose. La vita si svolge tutta in cucina. Il cenone co­mincia tardi; s’inizia in silenzio, come una devozione; prima i fagioli in umido: le donne li cucinano per far contenti i mariti, che vogliono tutto come quando erano ragazzi e «come lo cuoceva mia madre». Eugenio fa un cenno col capo per dire che sono buoni, giusti anche di sale, poi esclama: «Figli, è Natale, ricordàtelo! Il Si­gnore vuole che lo festeggiamo in salute e in santa alle­grìa. E con moderazione, figli, con moderazione!». Al merluzzo si batte le mani sul petto, guarda il soffitto, balza dalla seggiola, si affaccia alla finestra e annuncia a tutta da via:

-Fratelli, sono al merluzzoooo! – e si rimette a tavola stropicciandosi le mani. – È proprio come lo cucinava mia madre! – Posa un bacio sulla punta delle dita e lo spedisce alla moglie, attraverso la tavola.

La sua voce resta a lungo a riempire la notte.

«Eugenio sta al merluzzo» – dice Giovanni del Moro, ai suoi, benché tutti abbiano sentito; apre la finestra, guarda il cielo stellato, si raschia la gola e chiama:

-Filì, tu -dove stai?

Filippo, il fabbro taciturno e ossuto, che sta sull’in­cudine da mezzanotte a mezzanotte, tende l’orecchio, raccoglie il tovagliolo, si affaccia e risponde:

– Ai fagioli in umidoo! Ai fagioli in umidooo!

– Allora, Filì, sono più avanti io: sono allo stocca­fisso fritto. Tu dove ti fondi?

– Sull’anguilla arrostooo!

«Filì ancora sta ai fagioli» comunica Giovanni, alla famiglia, e chiude la finestra. «E si fonda sull’anguilla arrosto».

Alla pasta con le noci Eugenio manda un altro bacio alla moglie sulla punta delle dita, scende sulla via e annuncia con tutto il fiato:

-Fratelli, fratelli, io sto all’anguilla in umido! Sia lode al cielo! – e senza attendere risposta risale di corsa le scale. Francesco, il conciapelli, scende anche lui sulla via, finisce d’inghiottire e chiama:

-Giovanni, oh, Giovanni, dove stai?

Subito un’altra finestra si apre e una voce da bocca piena assicura:

-All’anguilla in guazzetto!

– Allora stai più avanti di me! Io, agli spaghetti con le noci. E dove ti fondi?

– Sull’anguilla arrosto, come Filippo!

Una luce taglia la via e si allarga sulla casa di fronte come il lampo che precede il tuono; subito dopo, la voce di Luigi, il vasaio, rimbomba da un capo all’altro di Via Valporro:

-Oh, Peppe, all’anguilla arrosto! E tu? – Siamo pari. Dove ti fondi?

-Mi sono fondato sul merluzzo in umido!

-Io sull’anguilla arrosto! – Luigi chiude la fine­stra e si rimette a mangiare dicendo: – Peppe si fonda sul merluzzo in umido.

Giunto alla frittura, Eugenio si affaccia ad annunciare alla via, alla città, a tutti i fratelli sparsi nel mondo, alle stelle: «Io sono al pesce fritto! È qui che mi fondo!» e si rimette a tavola senza curarsi di sapere dove sono arrivati gli altri.

Così le famiglie di Via Valporro si tengono al cor­rente dello svolgimento del cenone, sino alla fine.

Il grido di Eugenio è l’ultimo a risuonare: – Fratelli! Fratelli, -sono al caffè!

Al caffè arrivano tutti quasi contemporaneamente. Mentre i grandi lo sorbiscono appoggiandosi alla spal­liera della seggiola, le donne piegano le tovaglie, i ra­gazzi spandono le cartelle della tombola, agitano i nu­meri nei sacchetti. Le famiglie si uniscono: la via si anima di risa, di richiami.

Eugenio ha la cucina grande e si possano mettere più tavolini uniti. – Entrate, entrate! – esclama, sen­tendo passi per le scale. Le porte sono aperte; si bussa soltanto per annunciare che si sta entrando.

I grandi giocano mescolati ai grandi e le loro parole hanno lo stesso peso.

Tutti i campanili si svegliano; suonano per la messa di mezzanotte. Le famiglie estraggono in fretta gli ultimi numeri, lasciano la casa in festoso disordine, con le luci accese, e si avviano. Hanno gli occhi lucidi e parlano in­sieme. L’aria è dolce. Eugenio ricorda che, quand’era bam­bino, gli animali quella notte parlavano, nelle calde stalle, per dire agli angeli come erano custoditi dagli uomini; e pensa che le strade dovrebbero essere coperte di grano lucente come il cielo lo è di stelle. Egli rimane un poco indietro, come un bambino che si distragga e va toccando i muri in piena confidenza con le cose; sosta sulla gra­dinata a guardare la notte: le stelle ci sono tutte; sorri­dono a Colui che sta per nascere e a ognuno di noi, che sta rinascendo. Eugenio vorrebbe dire ch’egli non è quello di sempre, che nessuno, stasera, è come gli altri giorni; ma gli amici sono già entrati in chiesa, l’organo invade, riempie la notte. Ci si può inginocchiare do­vunque: la terra è tutta una cattedrale.

 

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